Intervista a cura di Antonio Schiattarella e Michele Murino Da www.maggiesfarm.it
Maggie's Farm: Molti critici musicali datano l'inizio del fenomeno Rock con l'ascesa di Presley (1954) e altri ritengono che sia definitivamente tramontato con l'avvento del punk (1977). Secondo te oggi è possibile stilare un bilancio di quegli anni?
Paolo Vites: Qui ci vorrebbe un libro intero e a questo proposito sono felice di annunciare al vostro sito l’uscita, il prossimo marzo, dell’edizione italiana di Mystery Train, il più bel libro mai scritto sulla musica rock, di Greil Marcus, con traduzione a cura del sottoscritto. E’ un libro imperdibile per chiunque voglia capire cosa sia il rock, e spiegherà meglio di qualunque cosa possa dire io. Personalmente non credo che il rock sia morto nel 1977: vogliamo dimenticare i Nirvana, uno dei gruppi rock più importanti di tutti i tempi? Forse è morto con la morte di Kurt Cobain, allora, visto che ormai non si produce praticamente più nulla di originale. Il rock è una forma stilistica molto limitata e oggi ci sono in giro migliaia di copie carbone di quanto già fatto in passato, e non sto parlando dei grandi nomi, ma anche all’interno di movimenti cult come l’alternative country, dove si fa il verso a quanto fatto trent’anni fa da Neil Young o Gram Parsons, o il punk, dove si ripete la lezione di gente come i Ramones.
Maggie's Farm: Quanto ha inciso, per te, il rock sul costume e nella cultura della società occidentale di allora ed in quella di oggi? Voglio dire: il rock è stato un fenomeno culturale vero è proprio o è stato solo una sorta di "colonna sonora" di quegli anni e quindi un fenomeno effimero?
Paolo Vites: Il rock è stato probabilmente la forza culturale più importante del Novecento: l’impatto di Elvis o dei Beatles non è paragonabile a nessun altro movimento artistico del secolo, ha letteralmente influenzato e cambiato la società del secolo scorso (appunto il Novecento), creando mode, correnti di pensiero, costumi assolutamente inediti. Che cosa si sia fatto di tutta questa novità, poi, è un altro paio di maniche...)
Maggie's Farm: Si è molto discusso su quanto la musica americana ed inglese abbia influenzato il cantautorato italiano. Mentre Dylan riscopre le proprie radici il nostro cantautorato non sembra sentire quest'esigenza. Mi sembra che il solo De André, con lavori come Creuza de ma e Nuvole ha avuto il coraggio di affondare nelle proprie radici. Forse che quell'influenza esterna si sia dimostrata, nel tempo, anche punto debole del cantautorato italiano?
Paolo Vites: Sinceramente seguo davvero poco la musica italiana per dare giudizi in merito. Mi sembra che però oggi ci siano diversi gruppi che fanno riferimento alla tradizione popolare italiana, dagli Agricantus ai Modena City Ramblers. Il cantautorato invece, come dice la domanda, non credo esista più dagli anni Settanta.
Maggie's Farm: Sia nella prefazione al libro di Marcus, "La repubblica Invisibile", che nell'introduzione all'intervista dello stesso Marcus, non ti sei dimostrato tenero con la critica musicale italiana. Riccardo Bertoncelli afferma che la critica musicale è pervasa della sindrome di "Epstein", cioè tende a scoprire i Beatles ogni settimana. Come spieghi tutto ciò? Forse che i critici non sono riusciti a ritagliarsi un ruolo emancipato dai gusti musicali della massa?
Paolo Vites: Questo è un argomento triste... Personalmente, non credo esista una critica musicale in Italia, così come non esista una industria discografica e non esista una scena musicale. Siamo solo dei replicanti, viviamo a immagine e somiglianza di quanto avviene in Inghilterra e in America, con la differenza che il mercato musicale in Italia è assai limitato quindi con scarsa circolazione di soldi, il che rende tutto ancor più patetico. Non voglio dilungarmi in argomenti da addetti ai lavori, ma ci sono troppe imbarazzanti connessioni tra la critica musicale e l’industria discografica per poter permettere il nascere di una seria critica rock in Italia e come dicevo prima troppi pochi soldi in ballo. Come poter scrivere un serio libro di critica musicale ad esempio, quando un qualunque editore ti paga con quattro lire? Quando lo scrivi? Di notte? In America un Greil Marcus si piglia tre anni per scrivere un libro, tre anni in cui l’editore ovviamente lo finanzia. Ma non voglio accusare l’editore, perché so benissimo che un libro musicale in Italia vende quattro copie, per cui è tutto un cane che si morde la coda.
Maggie's Farm: Ti sorprende che, a distanza di 35 anni e mezzo dalla sua pubblicazione, Desolation Row sia la canzone più amata, secondo un nostro mini sondaggio nel sito Maggie's Farm, dai Dylaniani italiani? Non è che quelle immagine visionarie ed il cinismo dei personaggi raccontati da Dylan siano la rappresentazione lucida del nostro tempo?
Paolo Vites:Sì,
mi sorprende abbastanza, anche se Desolation Row è una delle mie preferite in
assoluto.
Ho paura che il motivo di
tante preferenze sia dovuto alla grande forza lirica della canzone, cioè si
privilegia l’aspetto testuale.
Se fosse così, credo allora
che il più grande capolavoro di Dylan a livello di testi sia invece It’s
Allright Ma (I’m Only Bleeding), uno dei più grandi vertici della poesia
americana di tutto il Novecento e, molto più di Desolation Row, la
rappresentazione lucida del nostro tempo.
In Desolation Row, a
parte i grandi ritratti di figure emblematiche che rappresentano varie tipologie
di esseri umani, c’è un solo momento di consapevolezza sociale, cioè quando
Dylan dice “Everybodys ask / which side are you
on”, “Tutti chiedono / da che parte stai” che era
un slogan comune negli anni Sessanta, quando il movimento contro la guerra in
Vietnam chiedeva ai giovani di schierarsi, e Dylan qui sottintende ancora una
volta le polemiche per la sua cosiddetta rinuncia al politico di poco tempo
prima.
In It’s allright mà (I'm
only bleeding) c’è invece una lucidissima descrizione della moderna società dei
consumi e del materialismo spinto, del successo personale a tutti i costi, che
lascia i più disorientati e smarriti, cioè una profetica e perfetta descrizione
della società dei giorni nostri.
Desolation Row, a livello
lirico, mi è sempre sembrata un po’ forzata, un tentativo di stupire,
liricamente, rifacendosi in modo a tratti pedissequo a certe cose di T.S. Eliot,
ad esempio.
Infine pochi sanno di come
nel 1965, quando Dylan eseguiva dal vivo Desolation Row, sia pubblico che Dylan
stesso scoppiavano spesso a ridere, intendendo quel brano come una grande
commedia umoristica; a quanto pare anche lo stesso Dylan la intendeva così.
Maggie's Farm: Che cosa ne pensi dell'album John Wesley Harding? Ti faccio questa domanda perché a me non è piaciuto per anni... Poi, riascoltandolo, ultimamente, ho scoperto che è forse uno dei migliori lavori di Dylan, soprattutto sul piano musicale.
Paolo Vites:John
Wesley Harding è innanzitutto un disco fondamentale nella carriera di Dylan e
nella storia del rock, gusti musicali a parte.
Ha rappresentato la rottura
con la sua avventura nel rock più anfetaminico e innovativo per un ritorno
inaspettato alle radici della musica americana, il country blues.
Un ritorno che ai tempi,
quando il grande pubblico non sapeva nulla della sua famosa estate a Big Pink
con The Band a produrre i basement tapes, apparve uno spiazzamento totale e
inconcepibile.
Era stato proprio Dylan a
lanciare la stagione del rock psichedelico con Blonde on Blonde, rock che quando
uscì JWH era in piena esplosione, e adesso si metteva a fare country blues.
Si trattava di una di quelle
grandi sfide che Dylan (e i migliori artisti rock) ha sempre usato per sfidare
il suo pubblico, trovarne uno nuovo e mantenere se stesso vitale e creativo in
modo impagabile).
Il disco comunque (così come
il suo successore Nashville Skyline) ebbe una importanza fortissima per la
nascita del cosiddetto country rock: a quei tempi, qualunque cosa facesse Dylan,
era guardata dai musicisti come “la strada da seguire”. “Se Dylan fa country
blues allora dobbiamo fare così”.
E’ per questo che nacquero
dischi come Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds o gruppi come i Flying Burrito
Brothers e poi gli Eagles.
JWH è stato il disco che ha
inaugurato la stagione del country rock, che questa musica possa piacere o meno.
Ci sono molte belle canzoni
in JWH, a parte il capolavoro All along the watchtower; la mia preferita è The
Ballad Of Frankie Lee and Judas Priest, e mi piace molto anche I Pity The Poor
Immigrant.
Tecnicamente, lo trovo un
po’ debole (la chitarra di Dylan è spesso “scordata” o accordata in modo
sbagliato rispetto all’armonica e alla sua stessa voce, e gli arrangiamenti, per
i miei gusti personali, sono fin troppo spartani. Ma il disco fu registrato in
soli tre giorni, alla “buona la prima”.
Bisogna ricordare che Dylan
chiese a Robbie Robertson e a Garth Hudson di aggiugnere delle parti
strumentali, ma loro gli risposero che il disco era perfetto così).
Anche a livello lirico,
contiene alcune delle cose migliori di Dylan.
Maggie's Farm: Quanto è stato importante, secondo te, un produttore come Daniel Lanois per Dylan?
Paolo Vites: Daniel Lanois è stato sicuramente importantissimo per Dylan, ma anche Dylan è stato
importante per Lanois.
Nel 1989 Lanois, dopo la
fama ottenuta lavorando con
gli U2, aveva tentato una
carriera discografica
solista che si rivelò
(nonostante un ottimo disco) un
vero fallimento commerciale.
Il lavoro fatto con Dylan
gli portò nuova fama, così come nel 1997, con Time out of mind che addirittura
gli fece vincere un Grammy come miglior produttore.
Bob Dylan ha sempre
avuto un pessimo rapporto con i produttori (“Per me
un produttore deve essere soltanto uno che capisce i problemi tecnici, deve
stare alla consolle, non deve interferire”, ha
detto una volta Dylan, salvo dare prova di essere un pessimo produttore lui
stesso quando ha fatto praticamente da solo, vedi Knocked Out Load o Down In
The Groove).
Anche con Lanois ci sono
stati dei problemi (durante le session di Time Out Of Mind si dice siano quasi
arrivati a fare a cazzotti e lo stesso durante Oh Mercy).
Il merito migliore di Lanois
è stato quello di avere messo Dylan a suo agio, specialmente in Oh Mercy,
dandogli una location perfetta e tranquilla, con tanto di camera per dormire al
piano superiore degli studi, musicisti pronti a
registrare anche alle tre
del mattino, cioè quando
Dylan si sentiva pronto per
farlo, e nessuno stress.
I problemi di Dylan con i
produttori però si sono
rivelati anche quella volta
puntuali, avendo egli
deciso di tralasciare dal
disco due capolavori come
Series Of Dreams e Dignity,
che invece Lanois voleva
includere.
Lo stesso è avvenuto con
Time out of mind, anche se qui Lanois ha messo pesantemente mano nel suono del
disco,
stravolgendolo rispetto a
come era stato registrato:
una intervista con Jim
Dickinson, presente in studio,
dice di come il disco avesse
in origine un sound del
tutto diverso, e di come lo
stesso Dylan sia rimasto
sorpreso del prodotto
finale.
Credo comunque, per quanto
io ami il sound di Lanois, che la bontà di un disco di Dylan dipenda
esclusivamente dalla bontà delle canzoni che lui ha pronte in quel momento; il
merito del produttore del
caso è riuscire a mantenere
alto l’interesse di Dylan a
registrare quelle canzoni,
che in studio, a partire
dagli anni Ottanta, è sempre
stato minimo, in alcuni casi
addiruttra inesistente.
Maggie's Farm: Secondo te, il periodo religioso è stato una parentesi nel percorso artistico di Dylan oppure già si avvertivano, precedentemente, dei segni in tal senso (tesi che leggo spesso nelle biografie). Se è cosi perché, quando uscì, l'album Slow Train Coming colse di sorpresa sia il pubblico che la critica?
Paolo Vites: In Bob Dylan la componente religiosa è sempre stata fortemente presente, sin dall’inizio. Forse è più opportuno parlare di “periodo cristiano”, che è stato quello (tra il 1979 e il 1981) ad accendere più dibattito e critiche. Slow Train Coming infatti sorprese pubblico e critica per l’accettazione, da parte dell’ebreo Bob Dylan, della fede cristiana e per un linguaggio in tal senso estremamente esplicito. A dire il vero non sorprese così tanto il pubblico, in quanto Slow Train Comin è uno dei dischi di Dylan più venduti di tutta la sua carriera, ma spiazzò parecchio i critici, specialmente in Italia, dove una forte componente marxista ha sempre governato la critica musicale e culturale in generale. Per costoro, cristiano fa rima con reazionario, per cui Dylan era improvvisamente diventato un nemico.
Maggie's Farm: Dylan, apparentemente, sembra avere un atteggiamento distaccato con il pubblico. Se, però, si analizzano le sue biografie si nota, invece, un suo rapporto più che attivo con il pubblico. Penso ai primi concerti con il pubblico folk, al tour del 1966, alla Rolling Thunder Revue, al tour evangelico e al Never Ending Tour. Non è il caso di rivedere l'immagine che si ha del Dylan introverso e saccente nei confronti del pubblico e rilevare, invece, che il suo atteggiamento è stato, a suo modo, molto più confidenziale e diretto di quanto appaia?
Paolo Vites: Sicuramente. Il Dylan degli anni sessanta e settanta era estremamente loquace. Poi hasmesso, specie dopo i famosi gospel speech, i discorsi di carattere religioso che faceva nei tour del ‘79 e 80, perché stanco che le sue parole venissero riportate in modo distorto dai mass media. Ricordo poi con molto piacere i divertenti commenti e i lunghi monologhi che faceva nel 1986 durante il tour americano con Tom Petty. Poi si è chiuso in un mutismo praticamente totale...
Maggie's Farm: Oggi le compilation dei Beatles vendono milioni di dischi; lo stesso Dylan negli ultimi tre anni è ricoperto di attenzioni che non riceveva da tempo. Nei locali s'incomincia a suonare i classici del Rock come accadeva con il Blues. Cosa vuol dire tutto questo, secondo te? Che il Rock incomincia ad essere ricercato, ricordato e celebrato come se fosse entrato nella nostra memoria collettiva?
Paolo Vites: Tutte le onorificenze che Dylan sta ricevendo da qualche anno mi imbarazzano fortemente. Se un brano banale (per me) come Things Have Changed riceve una nomination agli Oscar e vince un Golden Globe, un brano come Knockin’s On Heaven’s Door (per rimanere alle colonne sonore) cosa avrebbe dovuto vincere, allora??? Oggi il mondo ufficiale sta cercando di ripagare ai torti fatti ai grandi del rock in passato, quando i Dylan o i Santana (un altro che viene sommerso da premi esagerati) venivano bellamente ignorati, se pensiamo che dischi come Blonde on blonde, o Blood on the tracks non hanno mai ricevuto un Grammy. Si sta cercando di pagare un debito e sì, in questo modo, di chiudere i conti con una grande stagione del rock, mandando in pensione con tante onorificenze i suoi più grandi esponenti, come Bob Dylan.
Maggie's Farm: Beh, naturalmente noi di Mf propendiamo per il saldo dei vecchi debiti perchè è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare... Quanto poi a "mandare in pensione" Bob... beh, questo è tutto un altro discorso...